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Nel Far West, sulle sponde di un fiume, sorge la
piccola Big City, con il suo saloon, il bel cowboy coraggioso,
il becchino, il droghiere cinese, il ricco banchiere e lo
sceriffo. Quando la città viene minacciata dagli indiani, a
seguito dell'arrivo di nuovi coloni, tutti gli uomini sopra i 12
anni vanno a contrastarli, e poi anche tutte le donne sopra i 12
anni, per dar loro man forte. Così i piccoli restano in città da
soli, con uno sceriffo ritardato e un giudice ubriacone come
unici adulti, e quando non vedono far ritorno nessuno dal
combattimento fanno propria la città. Ma come spartirsi i
compiti? Semplicemente proseguendo l'attività del proprio padre,
o madre. Così la città rivive in piccolo, con amori, scazzottate
e intrighi, fino a tornare minacciata dagli indiani, i figli dei
pellerossa impegnati in combattimento.
Big City è un film per tutta la famiglia,
dall'ottima scenografia, ricca di clichè tipici dei film sul Far
West e con qualche tocco ironico (il protagonista non può che
chiamarsi Wayne e voler chiamare suo figlio John). Tutta la
vicenda quindi è vista con un certo candore, non del tutto
ingenuo, visto anche qualche parolaccia un po' a sproposito in
questo tipo di film. La morale e il significato tuttavia sono
abbastanza profondi, ed escono dalla bocca del giudice: il voler
migliorare il mondo può essere fatto solo dai bambini, le future
generazioni, e questi non devono comportarsi come i rispettivi
adulti, spinti dalla bramosia e dal cieco odio.
Altri temi trattati sono quelli del razzismo, in
un'epoca in cui i neri erano già liberi dalla schiavitù, ma in
cui di fatto permanevano ancora le differenze di diritti nei
fatti, e il tema della carneficina dei pellerossa, dapprima
privati della loro fonte di sostentamento, i bisonti, e quindi
delle proprie terre.
Quindi Big City si fa vedere più che volentieri e
lascia spazio anche per qualche riflessione più seria e radicata
nella realtà.
Voto del Recensore (da 1 a 10): 8 |