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Difficile inquadrare un film come Cargo 200.
Descriverne la trama in maniera analitica, secca, spaventerebbe
sicuramente l'aspirante spettatore: bisognerebbe infatti
soffermarsi sulla brutalità, sulla violenza, a tratti anche sul
sadismo che impregnano il racconto. Sembrerebbe un film di quella
ferocia banale, oggi spesso un po' inflazionata.
Ma anche i lati più oscuri della vita trovano la loro esaltazione
poetica nell'opera del Maestro Balabanov, che confeziona una
pellicola paradossale, surreale, irrazionale .. autentica!
Dopo quest'ampia premessa, la trama. E' la storia di due fratelli,
alti funzionari del PCUS, e dei loro figli, giovani alla moda,
ormai dimentichi della passione politica dei padri; siamo nel
1984, e l'Unione Sovietica è giunta al suo capolinea. I
protagonisti, in un viaggio nella campagna russa da Leninsk a
Leningrado, si ritrovano in una cascina abbandonata, nella quale
si è insediata una comune, popolata da ex galeotti, profughi
vietnamiti e piccoli burocrati locali del regime che sognano una
nuova "Città del Sole" (il richiamo a Campanella è del regista);
nel fallimento delle loro vite, tuttavia, finiscono nel ripiegare
su vodka e sadiche sevizie, in un tourbillon di depravazione senza
limiti.
Questo mosaico, apparentemente schizofrenico, ha però un
significato profondo: è raro (personalmente, mai mi era capitato)
poter assistere ad una rappresentazione così perfetta
dell'implosione di un regime. Il regista sembra urlare - e ci
riesce - che dal crollo di Roma al crollo dell'URSS nulla cambia:
i vecchi, austeri, valori sono soppiantati da baccanali e
orgiastiche violenze, nel più pieno dissesto delle consuetudini
civili.
Il ritratto a tinte fosche dell'ultimo atto dell'URSS trova però
il suo messaggio di ottimismo nella scena iniziale e in quella
finale. Sponsor del film è la "Commissione per la cultura e la
cinematografia della Federazione Russa", e l'ultima scena ci
mostra due giovani, spregiudicati, arrivisti e pieni di speranze,
che camminano - parlando di affari - per le vie di Leningrado
(oggi San Pietroburgo, patria del Presidente Putin e del di lui
delfino): una struttura chiastica, con l'obiettivo di dimostrare
che, al di là dello sfacelo dell'Unione Sovietica, esistono nuove
prospettive in una nuova Russia.
Recensione di Fabrizio Alessandria
Voto del Recensore (da 1 a 10):
9 |