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Erik Gandini, regista svedese nato in Italia ma
trapiantato all'estero, torna nel suo paese natale per
realizzare uno spaccato di quella che è la situazione
politico-televisiva italiana. Frutto di un esperimento
multimediale che da più di 30 anni continua ad entrare nelle
nostre case, la tv commerciale di Berlusconi viene disegnata
come la stessa visione della vita del premier, di quelli che
sono i suoi sogni, i suoi desideri più profondi, 'di come è la
sua vera personalità'. Un uomo spontaneo, sempre col sorriso
sulle labbra, ma dovuto alla sua continua ricerca di
divertimento, di godersi la vita appieno. Quindi abbiamo veline,
schedine, tette e culi che sballonzolano sullo schermo,
stacchetti di ragazze seminude 'perchè fanno più audience'. Una
tv fatta di sorrisi, di bellissimi, di gente inarrivabile,
abbagliante e fatta di valori (se così possiamo definirli) quali
il primeggiare, l'apparire, l'essere qualcuno a tutti i costi e
per qualche motivo, e anche solo per un istante avere fama e
notorietà. La creazione di falsi idoli, poco morali e molto
materialisti, non è tutto però, dice Gandini. C'è ben di più,
che si può soltanto capire scavando a fondo nei meandri degli
studi del 'potere' mediatico. C'è una volontà, sottile quanto
trasparente, quasi indecifrabile, di plasmare la mente delle
persone, di indirizzarne le aspirazioni, gli obiettivi e, perchè
no, le idee politiche. Ecco quindi il grande fratello che viene
fatto chiudere in anticipo, perchè su un altro canale dopo poco
inizia un discorso politico del premier Sbarusloni. Ecco gli
inni televisivi 'Meno male che Silvio c'è', talmente ridicoli da
non parere veri, una sorta di cantilena ipnotica che fa leva
sulla massa di popolazione che non ha altra prospettiva, nella
vita, che essere operaio per sempre, condannato a dividere la
casa con la mamma, e con l'aspirazione massima di essere un
idolo a metà strada fra Vandamme e Ricky Martin. Perchè essere
in tv rende immortali, e dà popolarità, fama, soldi. Ma oltre
questo c'è altro, c'e la salita al potere politico, il passaggio
di fatto da 3 a 6 televisioni nazionali che raccolgono più
dell'80% del volume di ascolto. C'è lo strapotere anche per
quanto riguarda giornali ed editoria (non a caso anche Mondadori
è di proprietà di Berlusconi), un vero monopolio
dell'informazione che si riassume nel noioso quanto comunista
concetto del conflitto d'interessi, di chi sfrutta tale
monopolio per arrivare alto in politica, e fare leggi a suo
esclusivo interesse per risultare impunibile. E a tal proposito
ci sono le contestazioni che già conosciamo, i fischi del
parlamento europeo intero al discorso del premier.
Troviamo in Videocracy anche altri protagonisti,
a noi ben noti, come Lele Mora; pacioccoso e infilato in una
specie di pigiama bianco da santone, il Mora, amicone del
premier, ha potere di trasformare una persona sconosciuta in una
star, se ne vede 'potenzialità'...ma il ritratto del talent
scout di Mediaset, a parte un indegno momento in cui mostra una
suoneria nazi-fascista sul cellulare, pare quasi di un candore
infantile, incapace di dolere (d'altra parte, glielo ha detto la
mamma di non far mai del male e non avere mai paura).
Lo segue a ruota un altro personaggio
multimediale, Fabrizio Corona, ex discepolo del maestro Mora. L'Al Capone dei paparazzi, che ruba ai ricchi per dare a sè
stesso, scattando ai vip di turno delle foto compromettenti per
poi rivendergliele. In qualsiasi paese normale sarebbe visto
come ricatto. Passa solo 80 giorni in carcere, dopo di che,
sfruttando lo specchio deforme della televisione a suo
vantaggio, diviene un eroe, un famoso, uno di quelli che lui
stesso prima inseguiva e detestava, ricco oltre ogni
immaginazione.
Il documentario, con uno stile accattivante e
buon ritmo, fornisce tuttavia poche informazioni davvero
'scottanti' o esclusive (come i trailer mostravano) o non già
note per un pubblico italiano capace di intendere e di volere;
inoltre ci basta praticamente accendere la tv per essere
inondati dal falso brillore della televisione commerciale e
rendercene conto. Videocracy si sofferma maggiormente sulla
pochezza della nostra tv, e meno sugli aspetti politici. Per
questo la sfilza di meteorine, calciatori, serate in discoteca
in vago stile Lucignolo potrebbero far venire i conati a chi, di
tutto questo, ne ha già abbastanza. Uniamoci poi la ulteriore
pubblicità gratuita che si fa per Lele Mora e Fabrizio Corona
(di cui si vedrà pure un nudo integrale, per la 'gioia' di
grandi e piccini). Verrebbe da chiedersi infatti perchè Mora e
Corona abbiano altrimenti accettato di comparire nel
documentario e di essere intervistati.
Forse un film maggiormente indirizzato al
pubblico straniero, che si farà beffe di una Italia al 70° posto
mondiale per quanto riguarda la libertà di stampa, ma chissà che
non apra gli occhi anche a molti qui in Italia. Tuttavia il
documentario, purtroppo, non verrà mai mandato in onda dalle
televisioni italiane, e il motivo è banalmente ovvio.
Voto del Recensore (da 1 a 10):
7 |